Luoghi comuni sui cartoni animati. Atto primo
gennaio 19th, 2012. Pubblicato in Arte, Cinema, film. No Comments.
Nell’ambiente televisivo e cinematografico, soprattutto quello italiano, si considera il cartone animato esclusivamente come a un prodotto per bambini.
Quando Bruno Bozzetto (uno dei pochi cartoonist apprezzati anche all’estero) iniziò a fare film, seguì la concezione che il film d’animazione è un linguaggio e non un genere. In una intervista afferma: «A me interessa il pubblico totale e globale, fare la favola per bambini non è il mio mestiere. Ho fatto una serie tv che si intitolava «La famiglia Spaghetti», dove affrontavo temi adatti a tutti. Quando l’hanno messo in onda alle tre del pomeriggio, in una rubrica intitolata «Favole dal Fantabosco», mi sono sentito morire perché il mio lavoro è stato messo in un contenitore per bambini di tre anni. L’Italia considera il cartone animato una cosa per bambini e finché sarà così non andremo molto lontano».
Con questo stereotipo si arriva a dei paradossi come quello di Rat-man, un fumetto di gran successo con un target medio/alto, che nel momento in cui viene decisa la sua trasposizione in cartone animato, viene decurtato anche di tutti i doppiosensi sessuali (tra l’altro ironici e mai troppo espliciti) e trasmesso in orari pomeridiani, decretandone, di fatto, il flop di ascolti. Ma forse l’esempio più clamoroso è quello della serie televisiva “i Simpson” che, in Italia, viene trasmessa alle 19,40 (fascia oraria protetta) mentre in america è vietata ai minori di 14 anni, o l’irriverente “South Park” che inizialmente lo trasmettevano alle 8.00, per poi accorgersi dell’errore e spostarlo a Mezzanotte (in america è classificato TV MA 18+).
Come se non bastasse questa mentalità si ripercuote anche sulla distribuzione nelle sale. I film d’animazione vengono spesso fatti uscire in orari pomeridiani, perché i bambini vanno al cinema di pomeriggio. Questo significa escludere a priori un pubblico.
Molto spesso poi, distributori e produttori, non sanno capire quando un film è bello e funziona, con una storia intelligente in grado di sbancare i botteghini. “La Gabbianella è il gatto” ad esempio, è stato un bellissimo film d’animazione, che ha avuto ottimi incassi e buone critiche. Immediatamente produttori e televisioni si sono messi sull’attenti dicendo: «Bisogna produrre cartoni animati per il cinema perché si guadagna molto». Così si sono messi a disegnare senza neppure chiedersi se avevano una buona storia da raccontare e si è tornati nel limbo con i flop di “Aida degli alberi”, “Momo”, “Totò Sapore” , “Opopomoz” e il pessimo “La freccia azzurra”. Cinque disastri di fila non possono essere una coincidenza: forse perchè le animazioni sono state realizzate quasi interamente in Corea? O forse perchè uscire a Natale (perchè i bambini sono a casa da scuola) in concorrenza con altri blockbuster con alle spalle almeno sei mesi di pubblicità, è chiaramente un suicidio?
Poi c’è stato lo strano caso di “Johan Padan a la descoverta de le Americhe”, un film diretto dal bravo regista Giulio Cingoli, che nonostante le ottime critiche e le collaborazioni di tutto rispetto, come quelle di Dario Fo e Fiorello, è riuscito a incassare solo 236 mila euro, a fronte di quasi 6 milioni di euro di budget. Questa produzione, a dire il vero, avrebbe meritato più attenzione nella distribuzione (come al solito il film è stato proiettato solo nelle ore pomeridiane) e più propaganda da parte dei media, visto che di film d’animazione disegnati quasi interamente in Italia non se ne producono tanti, ma il deludente risultato, invece di portare a una riflessione, ha portato l’Italia a non produrre più film a cartoni animati.
Quali conclusioni trarre? Forse, che fare un film d’animazione non è così facile, e considerarlo come un prodotto di serie B è un atteggiamento sbagliato: lo dimostrano le grandi produzioni americane che si rivolgono alla famiglia, da “Shrek” a “Ratatouille” a “L’Era glaciale”, che divertono i bambini ma piacciono molto anche agli adulti. Evidentemente manca il giusto connubio tra creatività e managerialità, oltre ai soldi necessari sia a produrre come si deve, sia a promuovere: come possiamo pensare di produrre un film d’animazione con 5/6 milioni di euro quando negli States ne spendono anche 150?
Eppure le idee ci sono, e anche i talenti: ne è un esempio lo “Studio Mistral” dell’emiliano Francesco Filippi (con il quale ho avuto l’onore di collaborare), che continua a sfornare ottimi cortometraggi e progetti per serie televisive capaci di vincere decine di riconoscimenti e premi, ma che è costretto a lavorare senza uffici, senza alcuna garanzia e, soprattutto, con budget irrisori.
Un ottimo esempio invece di managerialità dell’animazione italiana, è la “Rainbow s.r.l.”, quelli delle Winx per intenderci, che da pochi mesi sono riusciti a far volare le fatine fino a Hollywood. E’ notizia recente infatti, che la società marchigiana fondata da Iginio Straffi ha concluso l’accordo di vendita dei diritti di trasmissione su tv e pay tv della serie Winx negli Usa, in America Latina, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Benelux, nonchè i diritti di merchandising di Winx Club nelle suddette regioni.
Diventata uno dei protagonisti del mercato dell’animazione mondiale, con 70 milioni di giro d’affari annui (di cui solo il 10% in Italia), fra produzione e merchandising (la maggior parte), la Rainbow è, di fatto, l’unica realtà italiana capace di sfornare grandi successi, sia al cinema che in televisione. Da pochi mesi, la Rainbow ha inaugurato la gigantesca nuova sede hi-tech a impatto zero (costo 18 milioni di euro), dal 2011 è il principale artefice del mega parco tematico di Valmontone “Rainbow Magic Land” (600 mila mq di superfice) e dal 2005 le trendissime e fatalose Winx sono sbarcate in teatro con lo spettacolo“Winx Power Music Show”: «Le fatine ballano e cantano dal vivo accompagnate dalle musiche originali della serie, in un caleidoscopio di luci colori ed effetti speciali che toccherà i palchi di oltre 30 città italiane».
… E i cartoni animati?
Bhè… I cartoni animati. Alcuni sono discutibili, sia per la qualità dell’animazione che per i contenuti, poi nonostante Straffi aspiri a coinvolgere un pubblico più maturo, continuano a mantenere un target giovanissimo che non supera la soglia di 7/8 anni di età. E torniamo al problema iniziale…
Ma qualcosa si sta muovendo?
Forse sì: il prossimo progetto per il cinema di Rainbow CGI che va avanti da ben 5 anni, con un budget che si aggira intorno ai 40 milioni di dollari, è una parodia in 3D sui gladiatori dell’antica Roma. Scritto dallo sceneggiatore hollywoodiano Michael J. Wilson, già autore di cartoni come “L’era glaciale” o “Shark Tale”, “Not Born to Be Gladiators” tenterà di rivolgersi ai bambini dagli 8 ai 14 anni e, forse, sarà anche un modo per ripensare il sistema produttivo dell’animazione in Italia. Intanto la Rainbow, con fiduciosa lungimiranza, sta già lavorando al sequel.
Alla regia ci sarà l’onnipresente Iginio Straffi.
Speriamo bene.
Link.
La ultramoderna nuova sede della Rainbow a Loreto:http://www.rbw.it/it/
Il cortometraggio dello Studio Mistral “Gamba trista” http://www.youtube.com/watch?v=PQEpSpflShY
IVAN CAVINI